Un giorno nel mondo della comunicazione

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L’11 Marzo l’agenzia di comunicazione Mirus, situata a Pescara, ci ha aperto le porte della sua sede e ci ha mostrato come si lavora in un vero e proprio ufficio. Le prime persone che abbiamo conosciuto sono la direttrice creativa Chiara Santroni e la responsabile qualità Sandra Buonarota. Loro ci hanno raccontato la storia dell’agenzia e ci hanno presentato il loro lavoro, la struttura e lo staff. Tra questi si è fermato a parlare con noi anche Antonio di Lullo, art director.

Abbiamo approfittato della disponibilità per porre loro alcune domande.mirus

 “Parlateci delle origini della Mirus. Come, quando e perché è nata?”

Sandra: “La Mirus è nata nel 1993. In principio era un’agenzia di servizi che organizzava piccoli eventi, come matrimoni, feste per bambini e piccole pubblicità radio. Allora si chiamava Numero Magico. In seguito ha cominciato ad allargarsi: il cliente che si faceva organizzare un evento personale, pian piano, avendo un’azienda propria, ha cominciato a chiederci servizi di comunicazione sempre più grandi e impegnativi. Per cui c’è stato un momento in cui si è deciso di cambiare nome in Mirus, che può essere interpretato sia come l’acronimo di Michele Russo (titolare della Mirus) sia come 'mirabile', che è il suo significato dal latino. Ci siamo spostati di sede, una sede anche più di rappresentanza, e da qui, espandendoci, è nato il reparto marketing. Nel frattempo ha continuato a crescere, ed anche il numero delle persone che vi lavoravano è aumentato. Abbiamo cominciato a dire che la Mirus si occupa di comunicazione a 360°: avevamo il reparto degli eventi ben strutturato, il reparto creativo con l’art director, i grafici e i copywriters; il reparto marketing, nato da poco ma in crescita, e il reparto delle pubbliche relazioni, curato da sempre da Michele Russo. Ci siamo espansi nella zona delle marche, dove è nato appunto Mirus Marche. Dopo un po’ di anni Michele Russo acquisisce anche Studio +, agenzia storica milanese che ha avuto un passato glorioso soprattutto negli anni 80, che ha anche una sede a Roma. Infine, essendo cambiata la comunicazione, cambia anche l’agenzia, con la nascita del settore web e social. Questa è in breve la storia della Mirus, con i suoi 4 reparti, certificati in qualità da 13 anni. “

“Sul vostro sito è scritto che la vostra filosofia aziendale è: 'Oggi non basta essere, bisogna essere al cubo'. Cosa vuol dire?”

Chiara: “La Mirus si è voluta raccontare così, usando l’immagine di un cubo, che sostanzialmente nasce da un insight che ha avuto proprio Michele Russo. È un’idea legata al fatto che il cubo, essendo sfaccettato, rappresenta su ogni faccia un particolare aspetto della nostra agenzia. Ognuna di queste facce contiene al suo interno anche differenti promesse che facciamo ai nostri clienti. Noi diciamo di essere strategici (be strategic), ma anche creativi (be surprising). Siamo digitali (be digital), la nostra azienda infatti si rinnova continuamente al passo con i tempi: abbiamo un fiorente reparto web e di social media marketing che sono imprescindibili in una logica di comunicazione integrata. Negli altri 'be' che abbiamo c’è il 'be operative': l’operatività è una dote assolutamente indispensabile, dato che ormai i tempi di esecuzione e di risposta richiesti sono sempre più rapidi, e spesso ci sono delle esigenze tempestive. 'Be different' , perché bisogna cercare di essere unici, di avere la capacità di scolpirsi nella memoria e adattarsi a tutti i target possibili, e noi ci diamo da fare in questo. Infine abbiamo il 'be competitive': diciamo di essere competitivi perché la nostra è un’azienda che sa porsi come consulente e soddisfare le esigenze dei clienti, ecco perché il nostro pay off è 'Consulenti in comunicazione'. La competitività è il fattore conclusivo che fa da cornice all’agenzia, e che si lega anche a tutti i precedenti fattori. In conclusione il messaggio di base è che noi produciamo idee, questo è il nostro lavoro.”

 

“Due parole: influenza e controllo. Possiamo dire che la pubblicità e anche internet sono diventati un po’ delle armi?”

Chiara: “Sono sempre state armi. La pubblicità è un’ 'arma' che si esprime su mezzi e strumenti differenti. Per ogni mezzo e strumento c’è un linguaggio specifico, infatti per creare bisogna conoscere. Più si conosce, più si è persuasivi e per questo la conoscenza del linguaggio specifico è indispensabile. Sotto questo aspetto, noi siamo dei 'persuasori occulti'.  Oggi in generale farsi notare è molto difficile, perché le persone, ed anche noi, sono sottoposte a un continuo bombardamento di messaggi che li mandano in overload e quindi tendono ad essere molto selettivi. Importantissima perciò la strategia e una conseguente creatività. Sicuramente nel lessico dei social la parola 'Influenza' ha un ruolo chiave, che rivela quanto essa condizioni la nostra percezione delle cose. 'Controllo' è una parola forte. Da pubblicitario dico che noi facciamo il nostro lavoro, non vogliamo controllare nessuno. Noi ci limitiamo ad essere 'persuasori'; l’educazione, quindi la scuola, dovrebbe far in modo che ciò non eserciti un controllo. La formazione permette la decodifica dei messaggi e ostacola i persuasori occulti. Ambisco, come creativo, ad avere delle difficoltà di persuasione. Questo si ottiene con una formazione all’altezza. Molto spesso si dà la colpa ai pubblicitari perché plasmano le coscienze. Ma la decodifica critica è pertinenza di altre istituzioni."

 

“Parlando di formazione: che cosa consigliate ai ragazzi che, come noi, stanno finendo il liceo e vorrebbero intraprendere una carriera in questo ambito? Ad esempio la scelta dell’università.”

Chiara- “La formazione è cambiata. Adesso ce n’è una a doc rappresentata dalla facoltà di Scienze della comunicazione, che è un ambito di riferimento importante. Poi a seconda del settore in cui si vuole lavorare nell’agenzia, c’è bisogno di formazioni specifiche. Per quanto riguarda il reparto creativo, la cellula base è formata da copywriter e art director. Il copy deve avere una formazione più letteraria, che può venire da Lettere e Filosofia piuttosto che da Scienze della comunicazione. Analogamente un art, che deve comunque avere delle competenze di settore, potrebbe preferire l’Università europea del design, che equivale all’alta formazione in abito art. Ma ci sono anche delle scuole professionali appositamente studiate e con la quale noi abbiamo una partnership. Noi cerchiamo spesso di creare collaborazioni sul territorio. Ad esempio siamo molto aperti agli stage.  Ai ragazzi consigliamo di studiare innanzitutto, di chiarirsi le idee e di cercare di essere mirati nella scelta della formazione. Essere focalizzati è importante, e ancora di più nel nostro settore lo è essere curiosi e non smettere mai di studiare. La comunicazione non si ferma, è in continua evoluzione e ci si deve evolvere con lei. Quindi è indispensabile una grande curiosità intellettuale. Per questo per i ragazzi fare degli stage è fondamentale, perché all’interno dell’agenzia si impara molto sotto questo aspetto. Qui accogliamo volentieri gli stagisti, e da noi di certo non si fanno fotocopie. Chi entra, lo fa attivamente sui progetti, anche prendendosi sulle spalle un alto carico di responsabilità. Inoltre teniamo in gran conto il trasferimento delle conoscenze: nei confronti di un ragazzo in stage un’azienda deve garantire una buona 'socializzazione dei saperi'."

 

“Sempre a proposito della formazione: nell’ultimo periodo si è discusso molto sulle nuove riforme scolastiche. Uno dei punti centrali è l’alternanza scuola-lavoro. Il nostro istituto inoltre, per il prossimo anno, prevede l’inserimento di un nuovo indirizzo superiore: Il liceo classico della comunicazione, in cui questo elemento è abbastanza presente.  Credete sia un punto efficace?”

 Chiara: “Per quanto riguarda la nostra attività l'alternanza scuola-lavoro è un po’ più complicata. C’è bisogno che ci siano delle nozioni di base perché questo apprendimento in stage risulti veramente efficace. Ad esempio se non si conoscono programmi di grafica, si possono riscontrare diverse difficoltà per organizzare il lavoro. Certamente uno studente del liceo classico può essere più indicato per un percorso da copywriter, perché si presuppone abbia un alto livello di capacità linguistica. Un indirizzo che prevede il mondo della comunicazione come elemento centrale, cambierebbe la mia opinione. Infatti un corso di specializzazione già all’interno delle scuole superiori non creerebbe questo gap che ad oggi esiste. Resterebbe comunque il problema del monte ore. Il nostro è un lavoro a tempo pieno, se queste sono poche, la resa è minore.”

Antonio: “Sicuramente i vantaggi di un’alternanza scuola-lavoro sono molteplici. In 6 mesi di stage i ragazzi apprendono più di quanto possano apprendere in 3 anni di percorso didattico, anche per una serie di fattori, tra i quali l’imminente crescita del senso di responsabilità. Sul lavoro ognuno si mette in gioco individualmente, ma certo non manca il tutoraggio. Credo però occorra sempre una base da cui partire.”

 

“L’ultima domanda riguarda proprio il liceo classico della comunicazione. Cosa ne pensate? Credete possa essere utile a creare anche nuove 'leve' per il futuro?

Chiara: “Questa scuola a mio parere è una grande intuizione. Anzi auspico una sinergia con un indirizzo di studi di questo tipo e le agenzie di comunicazione sul territorio. Credo anche che tutto ciò che riguarda il campo umanistico sia per sua vocazione aperto all’idea del comunicare. Il liceo classico della comunicazione è una buona idea che offre la possibilità di attualizzare un po’ i modelli classici. Tuttavia ritengo ancora che i valori dateci dai modelli siano imprescindibili, perché d’altronde fanno parte della nostra identità, che come tale va sempre difesa.” 

Con la speranza di una convergenza tra passato e futuro si chiude la nostra intervista e il nostro breve ma intenso “viaggio” in una grande e in continua espansione realtà che è quella della comunicazione

 

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